Si sta come, all'una, sull'Aurelia, i gatti.
Si sta come, all'una, sull'Aurelia, i gatti.
TRISTEZZA (Mosche tutt’altro che bianche)
Sei proprio uno stupido moscone nero, ispido e duro contro un vetro.
Io non lo so, se fai così perché cerchi di sfondare la finestra o se davvero non ti accorgi che l’altra imposta è aperta.
Te l’ho aperta io, idiota, per pietà, si, ma anche per la rabbia che provo nel vederti così ottuso.
Oh, ma tu preferisci non pensarci, a quella mano aliena – la mia, detto giusto per inciso – che è anche più illusa di te perché pensa che ti stia aiutando.
Quindi, insomma, la conclusione è che sei comunque stupido.
Mi ci è voluta mezz’ora, per farti uscire: e soltanto perché ti ci ho costretto.
Per poco non ti fai schiacciare dalle mie dita, tanto è la paura e l’ignoranza a cui ti sei attaccato.
Beh, suvvia, consolati: anch’io sono stupido.
Almeno tu ora sei là fuori. Sei fuori, anche se lo so, stai andando a cercarti un altro vetro duro.
Io invece rimango qui, dietro a questo, a guardare un fiume di macchine scintillanti, che passano e non si fermano mai.
E poi – pensa te – non so neanche volare, io.
E per finire di scrivere queste quattro cazzate (che tu, per tua fortuna, non leggerai mai, almeno finché non ti reincarni in qualcosa di peggiore), ti dico che mi sono pure bruciato proprio quell’indice e pollice che ti hanno dato l’illusione di libertà che tanto agognavi (scemo).
Mi son bruciato perché per scriverti mi sono scordato di avere in mano questa cazzo di sigaretta che mi si è spenta tra le dita.
Dovrei smettere di scrivere quando fumo.
Cioè, dovrei smettere di fumare, quando scrivo.
No, dovrei smettere di fumare.
Hmmm, dovrei ma smettere di scrivere.
Ma come si fa, lo sai tu?
Ahh davvero, guarda, oggi va tutto storto.
Perciò, consolati.
Pensa che in comune c’abbiamo anche il fatto che mangiamo merda tutt’e due.
Ma almeno la tua è vera.
FELICITA’ (This very Saturday)
Oggi ho scritto.
Oggi è una buona giornata.
Oggi ho visto gente piacevole. Ho stretto mani calde. Ho accolto sorrisi sinceri. Ho riso di gusto.
Oggi ho parlato con passione, ascoltando con interesse. Ho fumato piccoli sigari al cognac e parole, nello scorrere delle mezze ore, passeggiando calmo in compagnia.
Ho comprato un libro seguendo il tuo consiglio, e ne ho regalato uno desiderato (forse dovrei dire bramato) da una cara amica, che sarà contenta (forse dovrei dire felice) del mio pensiero.
Oggi sono entrato in un negozio; abbiamo scherzato con la commessa cbe era bella, tranquilla e complice di sorrisi e risate stupite.
Ci siamo incontrati in Piazza Attias, oggi, e ci siamo salutati dicendoci a dopo, ché stasera riusciamo perfino ad andare a ballare.
Sempre in Piazza Attias, ti ho incontrato di nuovo nell’allegria di un concerto cittatino totalmente inaspettato. Forse perché Martedì è Santa Giulia e l’aria di questo paesone pregusta un piccolo ponte di festa che io non farò, ma che sembra rassenare le rughe dei volti, lisciando fronti di pensieri semplici e spontanei.
Sto diventando melenso, vedi? Mi succede spesso, quando riesco ad essere così.
Ma me ne accorgo, per fortuna, e mi ricordo che sono nato senza orologio e senza vestiti.
E che questo rincontrarti così, dopo tanto tempo, e sapere che ti sei sposata, che vivi felice in Sardegna, che lavori contenta di quello che fai, e che tuo marito ride ancora di gusto con te e ti trova sempre bellissima – com’è giusto che sia, perché è vero, che sei stupenda – e che questa mattina hai saputo che aspetti un figlio, e che non vedi l’ora di dirglielo, che aspettate-un-figlio. Io sono il primo, che lo sa, ed è strano, dopo così tanto tempo, è proprio vero che il caso non esiste, madonna, è proprio vero: che Bellezza.
Ecco, oggi ho scritto.
Ho scritto queste cose, io che vedo sempre tutto con una bestemmia negli occhi.
Oggi penso che sono contento e penso che sto diventando di nuovo melenso e no, non va bene, mi fermo qui.
Perché vedi, non è ancora finita: devo ancora andare a ballare. Devo ancora ubriacarmi fino in fondo.
E non m’importa proprio di niente, per una volta tanto. Non mi frega di nulla.
Oggi sono tornato alla condizione primigènia.
Oggi sono un Re, con mantello e corona, ma senza scettro a impacciarmi. Ché in mano ho soltanto una sedia a sdraio, da aprire davanti ad un precipizio, un tramonto e una stella, una vetta innevata… davanti ai tuoi occhi che brillano, scintillano di gioia, di Serena pace libera di violenza, come vive gemme su questo tuo splendido sorridere.
Era in gamba, Abeida.
Facevamo le superiori insieme. Al triennio scelse chimica. Era brillante.
Non aveva nulla, Abeida, ma lavorava e studiava: si faceva un culo grosso come una casa.
Io avevo quindici anni, lui sedici. Uscì dall’istituto prima di me; poi si iscrisse all’università: chimica.
Non ha mai smesso di lavorare, studiare, vivere solo.
Mi piaceva pensare che fossimo amici, io e quest’arabo. Era un uomo, lui, io un bimbo. Aveva visto cose che non potevo neanche immaginare.
Ha studiato chimica all’università, l’ho già detto. Ma non l’ha mai finita.
E’ successo qualcosa, lungo la strada.
E’ successo un casino, all’improvviso.
Ha ucciso, Abeida.
Era buono come una pasta, quell’uomo.
Avresti pensato che non avrebbe mai fatto del male neanche alla cosiddetta mosca.
Ha ucciso la donna che – dice – amava. Non si sa perché. Non l’ho chiesto.
E’ stato in galera. Massima sicurezza, dice.
Adesso non osa tornare in patria. Lo ucciderebbero, dice. In galera lo farebbero fuori male.
Gli taglierebbero le mani, dice. La lingua e poi anche il cazzo…
Io l’ho amata, dice.
Le ho dato tutto, dice.
… E poi mi ammazzano. Mi pisciano addosso mentre rantolo per respirare con i polmoni forati dalle coltellate. Mi pisciano addosso mentre affogo nel mio stesso sangue, dice.
Non lo so perché, non so perché gli farebbero queste cose. Non l’ho chiesto.
Io l’ho amata, dice.
Le ho dato tutto, dice.
Adesso vaga, Abeida.
Va in giro spento nella Domenica deserta.
C’è solo asfalto scaldato e i rifiuti del Sabato, nella strada livida. E’ uno spettro nero che mendica soldi.
E con gli occhi altrettanto neri d’odio mi dice che è colpa mia.
Che non dovevo dirgli quella cosa, quella volta. Non dovevo parlargli della vita e dell’amore, quella cazzo di volta che mi chiese cosa ne pensavo. Dovevo dirgli vaffanculo, dice, dovevo dirgli non ci pensare, cazzo. Dovevo dirgli non fanno per te né la vita, né l’amore.
Dice: alla resa dei conti, la colpa di tutte le sue miserie è mia. Mia, mia, mia. MIA.
Ed è per questo, dice, che a me l’elemosina non la chiede. La pretende.
I need to sleep.
I know i need to sleep.
But i cannot sleep.
'Cause i cannot hold the breath of a still day.
But i breathe yet and fill the night.
And i work and i seek a space 'till twilight.
But the air is still and stiff, now,
and still i stir myself into the silence
of a full-fledged houseseeking hobo.
This house's not yet a home.
Rogito ergo domus.
Rogito ergo domus, in nomine patris et filii et antaniblinda.
Rogito ergo domus, my friend dear and close
Rogito cristo ergo summa domus de sa pare cido
Sto a pezzi, si.
Mind the puddles, my dear, mind all the fucking puddles
all these precious things (live)
let them bleed on me let them wash hawaii
There's no dry bread for you right now you stay glossy darling danglin' dear
Argoooooooooo!
Dove cazzo sei, argooooooo?
In queste rovine circolari, cercando la città degli immortali,
io ti ho perduto
Putting the pieces together like an old beat cutup text
Rogito ergo domus cazzo
Amen.
Vai in pace, jackass. Buzz off
(e pàrate, per dio, pàrate!)
Andate in pace, la messa è terminata, scambiatevi il numero di cellulare
Andate in pace, tutto il resto è vanità
(sei ancora senza una casssssa, tutto il resto è vanità)
quindici bottiglie di rum ergo domus, ho ho ho now i have a machine gun
nihili sum up to anything, with a machine in gun
'till i fill the gap in between the silences of a spotless shock (to the system, all right)
fuckin' ol' days of pierdida lux
fuckin' lost days of old
i need to sleep.
cannot sleep.
sleep.
feeling the void coming
pushing the void inside
feeling the null space
pushing null space in underscores
falling a tree with eyes for leaves
singing elegies
dreaming down in knees
pulling out the ropes
swinging down the stolen stones
peeling up my skin
still needin’ a house, to cover up my head
under a rain of bullets
i still need to sleep.
Yeld.
yeld i say.
yes i yeld.
Yes,
i yeld now.
*link gone dead*
La separazione è l’unica cosa
che riusciamo a sapere del Paradiso.
La separazione è l’unica cosa
che ci basta sapere dell’Inferno.
Questo buio feroce
che ci attende
in stanze bianche.
Egàlité
Fràternité
Frégali té (và)
Os deuses são felizes (Gli Dèi sono felici
Vivem a vida calma das raìzes. Vivono la vita calma delle radici
Seus desejos o Fado não oprime, I loro desideri non li opprime il Fato,
Ou, oprimindo, redime o, se li opprime, li redime
Com a vida imortal. con la vita immortale.
Não hà Non hanno
Sombras ou outros que os contristem. ombre o altri che li attristino.
E, além disto, não existem.. E, inoltre, non esistono…)
“Os deuses são felizes”
-Fernando Pessoa
Gli Dèi, se esistono, vivono negli abbracci.
Negli abbracci di parole muti.
Questa bicicletta che mi sta pedalando adesso in discesa non è degna di tale nome.
Scassocletta, invece – benché sia un neologismo così, parecchio arraffato – mi sembra una parola che le ruota meglio intorno.
Si, scassocletta. Perché è scassata.
Tanto per cominciare, cìgola.
Si lamenta in continuazione, dolorante di ogni pedalata che mi fa fare. Si alza con me ogni mattina, si sfila le catene che si mette la sera, mi porta al lavoro... e cìgola. Cìgola quando la sera mi riporta serena a casa; quando devo andare alle poste; quando esco per andare a trovare gli amici; quando vado a prendere il caffè. Non importa quanto tu possa oliarla o lucidarla, è una questione di meccaniche interne, di catene e di cambi, di piccole ruggini sepolte tra ingranaggi inarrivabili (a meno che tu decida di smontare tutto. Ma poi, lo sai, non riusciresti a rimontare più nulla). E continuerà a cigolare sempre, mi sa. Ogni giorno che passa, sempre più.
Ma la scassocletta è fatta così. Ha le ruote sgonfie spesso. E questo - va detto per inciso – non è proprio colpa sua. La colpa è delle strade dissestate di questa città, piene di buche e scalini alti e sassi duri; queste strade hanno colpa, addormentate come sono sulle loro piaghe da decubito.
Ed è anche colpa mia – lo ammetto – se non respira poi così bene: non la trattengo mai, la lascio sempre libera di tirare al massimo; anzi, dovrei dire ‘all’eccesso’ – e troppo spesso, anche.
Ma è così perché mi piace farmi portar via dalla sua euforìa, dalla sua voglia di dissetarsi di asfalti e sterrati; dal suo innocente, bambinesco rapimento di fronte allo sfrecciare delle linee bianche (o gialle. O blu. O.)
Ma vogliamo parlare delle note davvero dolenti della scassocletta? Del perché, in fin dei conti, si merita questo nome e non un altro?
Vogliamo parlare dei suoi freni? Dei suoi freni praticamente inesistenti?
La scassocletta – devi capire – ti impone il calcolo esatto delle probabilità delle intenzioni dei pericoli che stanno sulla strada e che potrebbero ostacolarti o, peggio, distruggere tutti e due – te e lei – in un colpo solo (si, devi leggerlo tutto insieme: è come leggere il nome di un oggetto).
Per frenare in tempo, infatti, devi assolutamente prevedere, anticipare e calcolare attimi distanze e velocità alla perfezione. Altrimenti rischi di farti male. Infatti: se freni un istante dopo, te ne potresti pentire; se invece stringi troppo il morso del freno, nel tentativo di arrestarti più velocemente, potrebbe anche succedere – e succede, purtroppo – che il filo metallico si spezzi; e allora quella frenata che voleva essere bruscamente efficiente si potrebbe trasformare in un terrificante panico improvviso di squilibri, sterzate, direzioni non volute, prive di controllo e precipitose, come l’inevitabile. E bestemmie. Oh, si. Tante bestemmie.
(Inoltre, quando succede, di solito ti fai pure male. Perciò poi, anche in questo caso, potresti pentirtene)
L’unica cosa che regge ancora bene, della buona vecchia scassocletta, è la canna.
Ci appoggio sopra i secchi di vernice da 30 (trenta) chili, io, su quella canna. (Si, certo, vabbé: uno alla volta. Ovvio).
Carico il secchio sull’asta, dopo esser montato su; poi le dico ‘vai bella’ e lei parte, stoica, con il fanale che è come l’occhio deciso di una lavoratrice responsabile.
Ha una bella schiena, la scassocletta. Porta pesi come poche altre sanno fare. Cìgola, eh, non sìa mai: si lamenta sempre. Specialmente quando la opprimo con questi pesi. Sempre, ti dico: è una lamentona.
Però non m’ha mai tradito.
Senza di lei, non saprei davvero come fare. E lei lo sa, eh. Lo sa. E’ per questo che mi ama. Perché sa che le voglio bene. Non lo ammetterà mai, visto il carattere burbero che si ritrova, ma io lo so, che mi ama: me lo dimostra ogni giorno, tutto il tempo, anche quando se ne sta buona buona giù in cortile, legata alla cancellata – con due catene: perché ho paura che me la possano portare via, tanto è bella.
Si, senza la scassocletta non saprei proprio come fare.
Alla fine, tralasciando il valore affettivo, se non ci fosse dovrei andare a piedi.
E a piedi è dura, gente.
Perché io non possiedo scarpe.
- Sei magro
- Non lo faccio apposta
- Perché sei magro?
- Non sono magro. Ho le ossa grosse.
- Ma ti si vede il gozzo.
- E’ perché mangio tanto.
- Allora perché hai gli occhi neri?
- Neri? No, sono azzurri.
- No. Intorno.
- Ah. Beh… ho gli occhi profondi.
- Cioè?
- Cioè che guardo a fondo nelle cose.
- Io non ce li ho, gli occhi neri.
- Ti verranno.
(Voce perentoria a raccolta chiama)
- Ciao
- Ciao
- CiaoCiao.
- Ciao.
Bambini.
Gli specchi più inclementi del creato.